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Il merletto di Venezia

Le origini.

Anche se l’origine del merletto si perde nei tempi più lontani, nella Bibbia si accenna al commercio degli Assiri, Illustrando il tempio di Re Salomone si descrivono cortine fatte di rete, nelle tombe Egiziane si sono trovati tessuti ornati di trafori resi da sfilature delle tele fermate con l’ago),  

a Venezia l’origine di questa inimitabile arte risale ad una poetica leggenda.

Un marinaio rientrando a Venezia da uno dei suoi innumerevoli viaggi, portò in dono alla fidanzata un ramoscello della pianta marina nota come “il merletto delle sirene” (nome scientifico Halymedia Opuntia). La donna colpita dalla grazia e dalla bellezza del dono, volle imitarlo usando filo ed ago.

Nacque cosi secondo la leggenda “il merletto o trina di Venezia” ancora oggi ammirato in tutto il mondo.

Storicamente il merletto nasce a Venezia all’inzio del 1400 quando la trina fu chiamata “gramita”. Nell’inventario della Scuola di S. Marco, in quel periodo si registrano: “tre camixi nuovi con le gramite zale lavorade a San Marchi”

Del classico merletto eseguito con filo sottilissimo e con abiltà e pazienza straordinaria, ci è giunta testimonianza da preziose e rare collezioni (Consorzio merletti di Burano – Fondazione Andriana Marcello) o nei dipinti di personaggi ritratti da Gentile Bellini, dal Carpaccio o da altri artisti di Scuola pittorica Veneziana.

Ma è dalla metà del secolo XV°che l’arte del merletto subisce un impulso particolare, quando la consorte del Doge Pasquale Malipiero (66° Doge – 1457/1462) – Giovanna Dandolo – fece emettere un editto a protezione dell’Arte e istitui la prima Scuola del Merletto.
 


Nel 1595, Morosina Morosini, moglie di Marino Grimani (89° Doge – 1595/1605) istitui un laboratorio a S. Fosca di “merletti et altre curiosità” dove lavoravano non meno di 130 abili ricamatrici guidate dall’esperta “mistra Catterin Gardin”.

Prima l’arte del merletto era praticata nelle case patrizie, nei conventi, negli ospizi (Zitelle, Penitenti, Incurabili), che allora non erano ricoveri per anziani, ma istituti che davano alle giovani ospitalità, curavano l’assistenza religiosa e sanitaria, davano loro professionalità ed educazione (che le privileggiava per vantaggiosi matrimoni).

Lavoro capillarmente diffuso, per molti aspetti “lavoro nero”, perchè non protetto come per altre Scuole da regole fissate nella Mariegola. Ma in questi Istituti le donzelle . . . “si vestono di quanto guadagnano nei suoi lavorieri” anche se con regimi di conduzione differente da Istituto ad Istituto.

La contabilità era rigorosa ed era tenuta di volta in volta o dalla Maestra, dal Cassier, dalla madre superiora, o addirittura da una apposita Magistratura (PROVVEDITORI sopra il vestir). 
Contabilità che comprendeva sia il ricavo dei lavori che le spese per l’acquisto dei materiali, la gestione dell’Istituto e una somma tratta dai guadagni netti “da metter in una cassa comune in un sacchetto col nome delle figlie e con la nota del denaro” (sec. XVII°).

Ma è dalla metà del “cinquecento” che la tecnica della lavorazione del merletto si impreziosisce in vari modi elaborando molteplici punti lavorativi (punti burati, tirati a reticello o a fogliame, a groppo, a maglia quadra e il più noto a rosaline). Anche se le antiche merlettaie più che dare una nomenclatura ai vari punti, classificavano il loro lavoro dal soggetto rappresentato o per la finezza che lo rendeva degno di Regine, Duchesse o altre Signore Grandi.

Nel 1629 si parla per la prima volta di “Cordelle a mazzetta” cioè passamaneria lavorata a “fuselli” (probabilmente i primi tentativi di merletti a fuselli a Venezia accanto a quella del merletto ad ago tipicamente Veneziano). La tecnica del merletto a fuselli si era già sviluppata nel XVI° secolo in altre città italiane e all’estero particolarmente nelle Fiandre.

Le ore di lavoro delle ricamatrtici andavano dall’alba al tramonto
Nel secolo XVII° l’uso dei merletti nell’abbigliamento era diffusissima e l’Arte assumeva aspetti di straordinaria qualità. Anche il Sansovino descrivendo il lavoro delle donne Veneziane annota: . .

. “tutte le cose loro, cosi di seta come di lino sono riccamente fregiate, lavorate, strisciate e di modo ridotto a bellezza con l’artificio dell’ago, dell’argento e dell’oro, con tanta delicatezza, politia, che ognuno confessa che non si trovi in qual parte si voglia “ . . .

Ma nel XVII° secolo si faceva sentire anche la concorrenza della Francia che con la politica economica del Colbert – 1665, aveva creato numerose manifatture di pizzi, ricordando che: “molte mistre di questa città si sono levate” (si erano cioè assunte molte maestre veneziane del merletto).

Ma aumentando sempre più la ricchezza e la sontuosità dei vestiti, specie femminili, la Serenissima costitui un’apposita Magistratura (Provveditore alle pompe) che già nel XVI° secolo aveva cominciato a porre i primi divieti, sia per gli sprechi e la sontuosità dei vestiti, sia perchè limitava l’importazione di manufatti stranieri che invadevano i mercati di Venezia.

Alle donne si proibiva . . . “sia di che conditione o qualità esser si voglia, di portar abiti o guarnizioni che contengano ricamo, rettagio, ponto in aere o lavoriero Fiammingo o di altra sorte”. . . . Responsabili della violazione: . . . “ et a tutte le predette pene siano sottoposti li Padri, Marito, o altrui, alla cura e governo dei quali saranno esse donne sottoposte”. . . . Successivamente i Provveditori alle pompe saranno costretti (seconda metà del 600) a fare alcune concessioni (le solite questioni di mercato) distinguendo però la produzione “Veneziana” da quella “foresta”.

Si definirono anche le misure delle gonne, dei merletti . . “intendendosi sempre prohibite le fodere e sottane intiere di pont’ in aria . . e specialmente li merli e cordelle forestiere” (10) (Si faceva cioè del protezionismo).
La distribuzione dei merletti avveniva attraverso l’Arte dei “Marzeri” (11) da cui derivano le “mercerie”, cioè strade prevalentemente occupate da botteghe di merciai. L’Arte era divisa in 16 “colonnelli” (suddivisione secondo la specialità di vendita: colonnelli da biancheria, da seda o seta, “romanette” o passamaneria, merci di Fiandra ecc. L’Arte aveva un’organizzazione abbastanza eterogenea (dall’ambulante al piccolo commerciante al minuto, al mercante imprenditore).
I Marzeri dovevano difendersi anche dalla concorrenza di persone non iscritte all’Arte (Passamaneri e i Tira e Battioro) o dalle contraffazioni (lamentate nel corso dei secoli XVII° e XVIII°).

il merletto di Venezia (la decadenza)

Nel XVII° secolo la produzione Francese di merletti, industrialmente più organizzata, toglierà il primato ai merletti Veneziani nonostante i ripetuti tentativi dei Provveditori alle Pompe, Deputati al Commercio, e dei Savi alla Mercanzia di porre in qualche modo rimedio (proibizione di vendita di prodotti stranieri, distruzione manifatture straniere in città, rilancio della produzione Veneziana anche con privilegi a private manifatture garantite dallo Stato (ditte Ranieri e Gabrielli sostenute da un capitale di 10.000 Ducati - abilitati per 20 anni il 29-01-1751).

I prodotti Nazionali con proprio marchio di garanzia (S. Marco), erano tutelati dallo Stato che però ne controllava la produzione e la manodopera. Le ditte erano esentate dalle tasse dal dazio in ingresso, in uscita e in transito. Il Decreto che concede il privilegio porta la data dell’11/12/1751.

Le Capomaestre erano 19 nel 1758 con 423 putte, la maggior parte da Castello, le altre da S. Agnese, s. Vio, S. Gregorio. Al di fuori di questo tentativo, il lavoro del merletto era prevalentemente domestico (casa o Istituto) che vendevano direttamente la loro produzione a privati o a mercanti.


Ancora incentivazione alla produzione (privilegio concesso per 15 anni a ben 11 ditte – Fabbrica Merli in Chiozza con 8.000 (?) operaie). Testimonia che nell’estuario c’era gente esperta nella lavorazione del merletto. Nella II° metà del XVIII° secolo molte maestre del merletto fuggono in Francia, preoccupando gli Inquisitori di Stato di Venezia (12). Numerose sono le denuncie che pervengono a questa Magistratura (Archivio di Stato di Venezia). Lo stesso Ranieri - che era stato privileggiato dallo Stato - e che si era trasferito a Torino, verrà arrestato.

La produzione del merletto subisce una grave crisi (testimonianza dei luoghi Pii). Si indicava come concausa anche l’indocilità e l’indisciplina delle ragazze. Ma era sopratutto la crisi della Serenissima di Venezia. Si cercarono attività diverse (filatura del canape, tessitura di tele, fabbricazione di feltri). Decadde l'usanza dei pizzi nell'abbigliamento (si conservano negli arredi e paramenti sacri) La produzione del merletto continuerà come attività esclusivamente domestica. (tra la fine del secolo e la Restaurazione).


15/5/1797 – A Venezia arriva Napoleone e iniziano le devastazioni Francesi.  
C’è una timida ripresa della lavorazione del merletto fra il 1797/1802. Sono fabbriche introdotte a Venezia dall’Austria. Si diceva “merli biondi che erano solo in Francia” (?). Ma la fama e la tradizione del merletto Veneziano ritorna lentamente in attività, e nel 1830, vista l’imminente apertura del “punto franco”, vi sono le richieste (Archivio Camera di Commercio) di due ditte di S. Pietro di Castello di venir inserite fra le industrie agevolate (ditta Angelo Zanetti con 60 lavoranti e ditta Pietro Miani con 80). Le due industrie non sono accettate. Si preferiscono le manifatture che impiegano un numero maggiore di operai (linifici, cotonifici).

Son comunque alcune migliaia le donne sparse fra Venezia, Burano e Chioggia che continueranno stentatamente questo lavoro a domicilio per la stagnazione del commercio marittimo e i gravosi diritti che molti paesi esteri imposero sui lavori a merletto. (A Castello e a Burano il lavoro del merletto era l’occupazione di circa 2/3 della popolazione femminile).

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