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L'illuminazione di Venezia

L’illuminazione di Venezia nei secoli: tàgia-tabàri, codega e cesendelli

 

Nei primi secoli della Repubblica Serenissima era pericoloso girare per le calli, specialmente in alcune zone come Calle della Bissa o Rio Terà degli Assassini, luoghi molto bui in cui si acquattavano ladri e rapinatori pronti ad aggredire qualche malcapitato passante, o alcuni burloni che si divertivano in modo molto pericoloso: arrivavano silenziosi da dietro e con un coltello tagliavano il retro del tabarro (il mantello che veniva utilizzato come cappotto): erano i tàgia-tabàri, che erano temuti quasi come i veri aggressori, e nella parlata popolare il detto tàgia-tabàri era riferito alle persone che sparlavano alle spalle di qualcuno.

Proprio per questo motivo, se proprio era necessario girare di notte venivano utilizzate le torce. I nobili si facevano precedere da un servo che recava la torcia illuminando il cammino; da questo nacque una professione: i codega, ovvero persone munite di lumi che rischiaravano la strada a chi li chiamava. In genere stavano in attesa davanti ai ridotti o ai caffè.

Successivamente, già intorno al 1128, vennero utilizzati dei piccoli lumi, chiamati cesendelli, appesi ai muri: le spese venivano sostenute dalla Serenissima, e la cura dei cesendelli era affidata ai parroci. Man mano nei secoli l’illuminazione venne migliorata ed estesa. Nel 1450 vennero poste quattro lampade sotto i portici di Rialto, e verso il 1720 i bottegai cominciarono a tenere fuori dei loro negozi delle lanterne.

 Nel 1732, con notevole anticipo su altre città, il Consiglio dei Dieci, l'organo stabile del governo della repubblica che aveva ampi poteri al fine di garantire la sicurezza,  decise che tutta Venezia doveva essere illuminata, con obbligo a tutti di contribuire eccettuo i "miserabili", rendendo così più sicuro il passeggio e trasformando la Venezia notturna, che acquistò un fascino nuovo, molto coinvolgente per i viaggiatori stranieri.

Le lampade pubbliche, chiamate ferài, erano in vetro e funzionavano ad olio, e dovevano durare tutta la notte per spegnersi poi all’alba; molte di queste vennero rotte con sassate dai codega che cominciavano a perdere il lavoro, e per questo vennero emanate norme severe per questi atti, come anche per gli addetti al servizio, chiamati impizadori, che omettevano di compiere il servizio.



La città aumentò, col tempo, le fonti di illuminazione ed anche gli addetti a tale compito, per poi passare nel 1800 all’uso del gas.

 

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