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I veri Leoni dell'arsenale di Venezia

La storia che vi raccontiamo avvenne nel novembre del 1719, dopo due giorni e due notti particolarmente burrascosi. Vicino al portale quattrocentesco dell’Arsenale di Venezia furono trovati i corpi dilaniati di due marinai.

Le autorità cercarono di capire se qualche fiera fosse fuggita da un serraglio; la gente ipotizzava che la raccapricciante fine dei due sventurati fosse opera dei leoni dell’Arsenale per mezzo di chissà quale magia nera.

Dopo qualche giorno venne ritrovato un altro corpo straziato. Si trattava di Jacopo che divideva casa lì vicino con la giovane moglie Giovanna.

Essendo i fatti avvenuti in area soggetta alla giurisdizione della Marina della Repubblica, alla conduzione delle indagini partecipava anche un giovane capitano da mar, Enrico Giustiniani.

Fu due giorni dopo l’ultima uccisione che vide la moglie dello Zanchi inveiva verso le finestre di un’alta casa, dando dell’assassino a un certo “Fosco”, un anziano mercante che abitava lì e del quale si diceva che prestasse denaro a usura.

Neanche dieci giorni dopo, arrivò un’altra giornata di burrasca che durò fino a tarda notte.

Uscito dall’Arsenale dopo l’ora di cena, Giustiniani si nascose a poca distanza dal portale, e si mise a controllare il campo. Poi apparse come per magia il vecchio davanti alla statua del leone seduto. Con un incantesimo egli immobilizzò le guardie dell’Arsenale, fece un giro attorno alla statua e passando il dito scarno sulle antiche iscrizioni ne pronunciò il significato ad alta voce: una sorta di globo luminoso si formò sulla sommità del portale, e un primo fulmine colpì il grande leone seduto.

Il capitano era a bocca aperta incredulo: lentamente, il grande leone di pietra stava mutandosi in uno spaventoso, gigantesco animale in carne e ossa. Fu in quel momento che Giovanna con la sua amica Jolanda fece capolino dall’angolo della riva. E mentre dal globo un secondo fulmine colpiva l’altro grande leone, il primo, già disceso dal piedistallo, azzannava una delle due donne, mentre l’altra, paralizzata dal terrore, quasi non riusciva a urlare. Il vecchio, poco distante, osservava la scena impassibile.

Giustiniani dovette farsi coraggio: la prima fiera aveva ormai sbranato il corpo di Jolanda, il cui sangue scorreva dappertutto; la seconda si preparava ad attaccare l’altra donna.

Appena il vecchio si girò lui lo uccise.

Con un ruggito spaventoso e un lampo accecante, come d’incanto tutto tornò nel silenzio, sotto la pioggia battente. I leoni immobili, inanimati, il corpo straziato della donna sul selciato, Giovanna distesa e ammutolita, e la spada del capitano per terra, annerita. Nessuna traccia del vecchio, se non un cuore di pietra vicino all’arma affilata; dunque era con un cuore di pietra nel petto che egli mutava il sasso in carne.

Ripresesi dalla trance, le guardie uscirono a dare manforte al graduato, mentre la testa del terzo leone, ancora viva, si dibatteva e ruggiva imprigionata nel suo corpo di pietra. Senza pensarci oltre, Giustiniani riprese la sua arma in pugno e staccò il capo dalla statua: la testa si innalzò di un paio di metri, e in un ultimo ruggito esplose gettando tutto attorno una materia nerastra.

Indagini successive dimostrarono che il vecchio fosse uno stregone, oltre che un usuraio.

Non aveva però ingannato la moglie dello Zanchi, i cui sospetti e le cui intemperanze l’avevano costretto a scoprirsi. Giovanna non ebbe mai maniera di felicitarsi della morte del mago: la sua mente infatti non aveva retto, e finì in un manicomio i pochi anni che le restarono.

Quanto al terzo leone, la testa mancante fu rapidamente sostituita da un’altra, com’è facilmente verificabile ancora oggi.

Testo tratto da http://www.bambiniavenezia.it/  -   Foto di Giovanni Dall'Orto https://commons.wikimedia.org/wiki/Arsenale_(Venice)

 

 

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