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Il luogo del mistero per eccellenza a Rovigo

Oltre 10 ettari di estensione, dei quali 2,5 coltivabili. Un parco alberato all’interno del quale una grande varietà di specie animali (tra cui lepri, volpi, tassi) hanno trovato un habitat ideale per riprodursi. Un fabbricato enorme composto da 24 padiglioni che stanno andando in rovina. L’ex ospedale psichiatrico di Granzette, alle porte di Rovigo, è una vera e propria isola verde abbandonata a se stessa.

 

 (La fotografia in copertina è di Digital Rebel (Davide). 21 giugno 2012 dal link http://notizie.comuni-italiani.it/foto/45651   --    https://www.facebook.com/redazione.biancoenero)

 

Nel 1978 la legge Basaglia ha abolito i manicomi. Tornando indietro nel tempo fu il consiglio provinciale nel 1906 a decidere di aprire un ospedale psichiatrico a Rovigo, per riunire i malati polesani sparsi in decine di ospedali in tutta Italia. Durante la prima guerra mondiale l’area venne utilizzata dai militari. L’apertura del manicomio fu nel 1930, il 20 marzo. Era stato pensato per circa 400 persone ma venne utilizzato mediamente da 700. 

 

Spiando dentro ai padiglioni veniamo pervasi dalla sensazione che tutti siano scappati all’improvviso e nessuno abbia più avuto il coraggio di tornarci. La proprietà è dell’Ulss 18, ma l’ex manicomio è abbandonato dal 1995. L’ingresso principale è in via Chiarugi, a Granzette. Ma per entrare oggi bisogna proseguire verso Cantonazzo, in via Munerati. Lì, sulla sinistra, c’è una via privata, presidiata da un custode. Un signore, residente nei pressi, che si è autoproclamato guardiano della situazione. Il custode ha le chiavi di un lucchetto che chiude un cancello in ferro, che apre solamente presentando l’autorizzazione degli uffici responsabili. L’erba é incolta e la vegetazione si sta rimpossessando dello spazio rubato dall’asfalto.

 

I padiglioni sono una dozzina. In uno la porta è socchiusa. Entrando però qualcosa coglie la nostra attenzione: si può curiosare negli archivi dell’ospedale. I faldoni sono catalogati anno per anno. Nomi e cognomi di persone che sono state ricoverate, paese di provenienza, date. Quintali di carta con informazioni personali. Anche relazioni, scritte a penna in fogli protocollo. E poi fotografie. Anziani nel parco, seduti sulle sedie di plastica. Scene normali di vita all’interno dell’istituto. Ritratti di donne, foto con parenti. Sono tutte lì, a terra, scatti di vita abbandonati alla polvere.

Poi ci sono i padiglioni della lavanderia, della cucina, delle sale da pranzo. In qualche angolo ci sono indumenti, calzini, ciabatte. In ogni angolo comunque la natura si sta impossessando, nuovamente, del suo spazio.

 

Piante, fiori, erba, farfalle, volpi e altri animali reclamano i padiglioni, facendo rivivere questi luoghi. Perché ormai sappiamo che la natura conosce il segreto su rendere migliori e suggestivi i luoghi abbandonati.

 

Qualcuno spera che questo posto venga venduto e riqualificato. Altri invece subiscono il fascino del mistero, delle storie del passato e preferirebbero poter visitare nuovamente il manicomio, armati magari di macchina fotografica.

Se non avete il permesso di visitarlo, non preoccupatevi, c’è una bella iniziativa proposta da Redazione Biancoenero e Centro documentazione manicomio provinciale, che organizza visite guidate.

 

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